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mercoledì 30 ottobre 2019

Recensione: L'incubo di Hill House di Shirley Jackson

Buona sera lettori! E nella giornata prima di Ognissanti mi ritrovo a recensire un altro romanzo di Shirley Jackson, L'incubo di Hill House...

L'incubo di Hill House
Shirley Jackson
Monica Pareschi
Adelphi
233
6,99
12,00
3 giugno 2016

#incipit#

Chiunque abbia visto qualche film del terrore con al centro una costruzione abitata da sinistre presenze si sarà trovato a chiedersi almeno una volta perché le vittime di turno non optino, prima che sia troppo tardi, per la soluzione più semplice - e cioè non escano dalla stessa porta dalla quale sono entrati, allontanandosi senza voltarsi indietro. A tale domanda, meno oziosa di quanto potrebbe parere, questo romanzo fornisce una risposta. Non è infatti la fragile e indifesa Eleanor Vance a scegliere la Casa, prolungando l'esperimento paranormale in cui l'ha coinvolta l'inquietante professor Montague. È la Casa - con le sue torrette buie, le sue porte che sembrano aprirsi da sole - a scegliere, per sempre, Eleanor Vance.

Ho capito una cosa, difficilmente un libro riesce a impaurirmi. Sarà che fin da piccola ho masticato pane e horror, sarà che anche King non riesce a terrorizzarmi ma solo a disgustarmi in certe sue parti splatter come in Il gioco di Gerald, sarà che forse sono assuefatta? Ad ogni modo L'incubo di Hill House mi è piaciuto ma non mi ha ansiato. Sotto questo punto di vista ho preferito di gran lunga Abbiamo sempre vissuto nel castello. Ma torniamo alla storia in questione. In breve ci troviamo assieme a un gruppo mal assortito di personaggi che vivono in questa casa che pare infestata da presenze, e loro sono li per studiare la situazione e certificarne l'infestazione. Ovviamente le presenze infestanti hanno effetti diversi sui vari personaggi che si trovano spesso spinti al delirio fin quasi alla follia. Non voglio raccontare nulla di quello che accade, la scrittura della Jackson sempre chiara ed evocativa ci fa proprio vivere e condividere gioie e paure dei nostri protagonisti, in particolare di Eleonor la più indifesa e forse per questo più suscettibile al paranormale. Da questo romanzo prendono ispirazione diversi film l, ma la serie tv uscita quest'anno è quella che più mi ha ricordato la vicenda scritta, non solo per l'azzeccato gioco di nomi e ruoli, ma anche per il crescente pathos creato. Nel libro è tutto abbastanza lineare e nonostante non sapessi dove la Jackson sarebbe voluta andare a concludere la storia, sono rimasta incollata alle pagine gustandomi ogni snocciolamento psicologico dei personaggi. Ora non mi resta che proseguire la lettura delle sue strepitose e ispiratrici storie.

Buona lettura!

lunedì 28 ottobre 2019

Incipit: L'incubo di Hill House

Buon pomeriggio lettori! Il mio salva lunedì è rappresentato dagli incipit dei romanzi letti o in lettura che sono prossima a recensire e mi permettono sempre di ripensare a quello che ho vissuto durante la lettura e danno sempre un valore aggiunto anche dopo che è passato del tempo. Oggi vi lascio in compagnia di Shirley Jackson con L'incubo di Hill House da cui è stata tratta una serie tv e il film Haunting Presenze.

1

Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà; perfino le allodole e le cavallette sognano, a detta di alcuni. Hill House, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant'anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta. Dentro, i muri salivano dritti, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse; il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di Hill House, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, si muoveva sola.


Il professor John Montague, laureato in antropologia, aveva preso il dottorato con l'oscura sensazione che in quel campo si sarebbe avvicinato il più possibile alla sua vocazione autentica, l'analisi dei fenomeni paranormali. Teneva al suo titolo poiché, non avendo le sue indagini alcunché di scientifico, sperava gli conferisse un'aura di rispettabilità e perfino di autorità accademica. Non essendo il tipo del questuante, affittare Hill House per tre mesi gli era costato parecchio, in danaro e in orgoglio; ma contava che lo scalpore suscitato da uno studio decisivo sulle cause e gli effetti delle interferenze paranormali in una casa che aveva fama di essere «stregata» l'avrebbe ampiamente ripagato delle sue fatiche. Per tutta la vita aveva cercato una casa che lo fosse davvero. Quando aveva avuto notizia di Hill House era stato dapprima scettico, poi speranzoso, e infine risoluto; non era uomo da lasciarsi sfuggire una casa del genere.


Le intenzioni del professor Montague riguardo Hill House si ispiravano ai metodi degli intrepidi cacciatori di fantasmi ottocenteschi; avrebbe visto che cosa succedeva in quella casa vivendoci dentro. Era sua intenzione, da principio, seguire l'esempio dell'anonima Lady che nel 1897 si era trasferita a Bellechin House e per tutta l'estate aveva intrattenuto scettici ed entusiasti con divertimenti straordinari come partite a croquet e battute di caccia ai fantasmi. Ma scettici, entusiasmi, e bravi giocatori di croquet non sono facili da trovare al giorno d'oggi, e il professor Montague fu costretto ad assumere degli assistenti. Forse la vita vittoriana, più rilassata, si prestava meglio ai meccanismi dell'indagine sul paranormale, o forse la documentazione scrupolosa dei fenomeni per stabilire la realtà è un metodo in gran parte tramontato; ad ogni modo, il professor Mongague non solo fu costretto ad assumere degli assistenti, ma dovette anche trovarli.


Poiché si riteneva una persona prudente e coscienziosa, impiegò nella ricerca una quantità notevole di tempo. Setacciò gli archivi delle società di parapsicologia, gli indirizzari delle riviste del settore, i resoconti degli studiosi, e mise insieme una lista di persone a cui in un modo o nell'altro, in un momento o nell'altro, non importa quanto fugacemente o ambiguamente, erano capitate esperienze fuori dal normale. Dalla lista cominciò con l'eliminare i morti. Quando ebbe poi depennato le persone che gli sembravano in cerca di pubblicità, o troppo poco intelligenti, o inadeguate per via di una chiara tendenza al protagonismo, si ritrovò con una dozzina di nomi. Ciascuna di queste persone, quindi, ricevette una lettera dal professore, che le invitava a passare tutta o una parte dell'estate in una comoda casa di campagna, vecchia ma perfettamente attrezzata, con tanto di bagni, elettricità, riscaldamento centrale e materassi puliti. Lo scopo del loro soggiorno, spiegavano le lettere, era di osservare, e di approfondire le varie storie raccapriccianti che erano circolate sulla casa per quasi tutti gli ottant'anni della sua esistenza. Le lettere del professor Montague non dicevano apertamente che a Hill House c'erano i fantasmi: il professore era un uomo di scienza e si sarebbe guardato bene dal cantar vittoria finché non avesse avuto prova di un vero fenomeno paranormale a Hill House. Di conseguenza le sue lettere avevano una certa ambigua dignità, intesa a far presa sull'immaginazione di un tipo di destinatario davvero speciale. Alla sua dozzina di lettere il professor Montague ottenne quattro risposte, perché gli altri sette o otto candidati si erano presumibilmente trasferiti senza lasciare un indirizzo, o forse avevano perso interesse per il soprannaturale, o addirittura non erano mai esistiti. Ai quattro che risposero, il professore scrisse di nuovo, fissando il giorno preciso in cui la casa sarebbe stata da considerarsi ufficialmente pronta per essere occupata, e includendo istruzioni dettagliate per raggiungerla: come fu costretto a spiegare, era difficilissimo farsi dare delle indicazioni, sopratutto da parte della comunità rurale che circondava la casa. Il giorno prima della partenza, il professore si lasciò persuadere ad accogliere nella sua ristretta cerchia un membro della famiglia proprietaria di Hill House; e arrivò anche un telegramma da uno dei candidati, che si tirava indietro con una scusa palesemente inventata. Un altro non si presentò né scrisse, forse a causa di qualche impellente problema personale. Gli altri due vennero.

Buona lettura!

venerdì 25 ottobre 2019

Recensione: The Sinner. La Peccatrice di Petra Hammesfahr

Buongiorno e buon venerdì lettori! Oggi, dopo l'incipit presentato lunedì, voglio parlarvi approfonditamente di The Sinner, un thriller psicologico che mi aveva incuriosita a causa della particolare trama che mostra la protagonista Cora intenta a uccidere un uomo sconosciuto mentre si trovava in gita al lago con marito e figlio. Da questo libro è stata tratta la serie tv omonima e antologica che sto guardando in questi giorni.

The Sinner. La peccatrice
Petra Hammesfahr
Sara Congregati
Giunti
448
9,99
19,00
7 febbraio 2018

E' un afoso pomeriggio di luglio quando Cora Bender, insieme al marito Gereon e al figlio di due anni, arriva sulla spiaggia affollata di un grande lago fuori città. Un sabato qualunque, una famiglia qualunque: una coperta, un cestino da picnic, qualche giocattolo; lui seduto su una sdraio a prendere il sole, lei che sbuccia una mela al bambino. Finché Cora non sente quella musica vibrare nelle orecchie. Si volta, e alle sue spalle vede un gruppo di ragazzi con lo stereo acceso. Il ritmo dei bassi martella nelle sue tempie, sempre più assordante, mentre un giovane dai capelli neri si sdraia sulla sua ragazza baciandola con passione. E' solo un attimo, Cora si alza all'improvviso, il coltello in mano, e si getta su di lui: una pugnalata alla nuca, e quando lui si gira tentando di fermarla, lei lo colpisce ancora. E ancora. Finché Gereon, ripresosi dallo shock che lo ha quasi paralizzato, riesce a strappare via il coltello alla moglie e a bloccarla a terra, tra le grida di orrore dei bagnanti. Quando il commissario Rudolf Grovian la mette sotto interrogatorio, Cora ha una sola risposta: ''Non lo so''. Ma perché una giovane madre dovrebbe uccidere un perfetto sconosciuto con cinque pugnalate, davanti agli occhi atterriti di decine di persone? Si tratta davvero di un inspiegabile raptus di follia, o c'è dell’altro? Turbato e affascinato da questa donna fragile e inquietante, Grovian decide di scavare nel passato di Cora. Quello che ne emerge è sconcertante: una madre ossessionata dalla religione e dal peccato; una sorella malata che sfrutta i suoi sensi di colpa per manipolarla... Ma forse non è tutto. Perché Grovian è convinto che le profonde cicatrici che segnano la fronte e le braccia di Cora non siano le uniche che porta addosso.

Se si legge la trama si capiscono già molte cose. Cora dopo quel raptus in cui la sua mente si è spenta e il suo corpo ha agito istintivo verso quel ragazzo che apparentemente non conosce, stimolata dalla musica rock che evidentemente le risveglia qualcosa di negativo, si ritrova con un cadavere sul groppone, un ospedale psichiatrico pronto ad accoglierla e un detective interessato a capire il motivo del suo brutale gesto. Ed è così che attraverso i flashback ripercorriamo la vita di Cora, dalla sua nascita in una famiglia che la colpevolizza, con una madre fanatica religiosa e una sorella gravemente malata che riesce quindi a  manipolarla. Veniamo quindi catapultati nei deliri di Cora, un mix tra bugie e verità in cui il commissario Grovian tenterà di sbrogliare il caso e la sua (ma anche la nostra) curiosità. Ho letto diversi pareri contrastanti su questo romanzo. Io mi colloco esattamente a metà, la storia è intrigante, in parte originale e ricca di colpi di scena ma allo stesso tempo la parte centrale risulta un filino piatta e noiosa a tratti. Mi ha spinta ad andare avanti e a terminare la lettura, la voglia di sapere di più sulla vita di Cora e sulla sua famiglia. Ammetto però che in alcuni punti del colloquio con il commissario ho rischiato di annoiarmi. Nonostante ciò trovo che sia stata comunque una lettura degna della sezione thriller che mi ha permesso di trascorrere del tempo piacevole oltre ad avermi incuriosito.

Buona lettura!

lunedì 21 ottobre 2019

Incipit: The Sinner. La Peccatrice

Buon pomeriggio lettori! Per mitigare il lunedì che è sempre un po' tragico, mi diverto a lasciare incipit di libri letti o in lettura. Quest'oggi trovate The Sinner di Petra Hammesfahr, un thriller psicologico da cui è stata pure tratta, guarda un po' che novità, la serie tv omonima e mi pare antologica che non ho ancora visto ma iniziato. Mercoledì, come spesso capita v.v troverete la mia recensione. Intanto godetevi questa prima parte del primo capitolo che è abbastanza lungo.

1

Era una calda giornata d’inizio luglio quando Cora Bender decise di morire. 

La notte prima aveva fatto sesso con Gereon. Accadeva regolarmente ogni venerdì e sabato sera. Non ce la faceva a respingerlo, sapeva fin troppo bene quanto lui ne avesse bisogno. E poi lo amava. Anzi, il suo era molto più che amore. Era gratitudine, devozione incondizionata, qualcosa di assoluto.
Gereon le aveva permesso di essere come tutte le altre, una ragazza normale. Per questo voleva che fosse felice e soddisfatto. Un tempo le piacevano le sue effusioni, ma da sei mesi a questa parte non più.
Proprio la vigilia di Natale Gereon aveva portato una radio in camera. Doveva essere una notte speciale. Era la vigilia e loro erano sposati da due anni e mezzo e con un figlio di diciotto mesi.
Gereon aveva ventisette anni, Cora ventiquattro. Lui era alto, sul metro e ottanta, e aveva un fisico slanciato e atletico, pur non praticando sport, non ne aveva il tempo. I suoi capelli erano biondi, appena un po’ più scuri di come li aveva da bambino. Il viso non era né bello né brutto, nella media, ma in fondo Gereon Bender era un uomo medio.
Anche Cora aveva un aspetto piuttosto ordinario, tranne che per una brutta cicatrice sulla fronte e dei segni nell’incavo delle braccia. La prima era il risultato di un incidente, mentre gli altri erano riconducibili a una grave infiammazione cutanea provocata da alcune iniezioni fatte in ospedale. Questa, almeno, era la versione che aveva dato a Gereon. Gli aveva detto di non ricordare i dettagli, ed era vero. Secondo il medico che l’aveva curata le amnesie erano un fenomeno frequente nei casi di brutte ferite alla testa.
C’era una lacuna nella sua vita. Lì si celava un torbido capitolo oscuro, ne era consapevole, ma non riusciva a metterlo a fuoco. In passato, notte dopo notte, ci si era imbattuta innumerevoli volte. L’ultima risaliva a quattro anni prima. Poi aveva conosciuto Gereon e aveva creduto di averla finalmente colmata. Non pensava di venirne risucchiata, una volta sposata con lui. E invece, proprio la vigilia di Natale, successe ancora.
All’inizio andò tutto bene, musica natalizia di sottofondo e le effusioni di Gereon che si facevano più insistenti e appassionate. Lui scivolò giù lentamente, ma a quel punto diventò sgradevole. E non appena le mise la testa fra le gambe e lei avvertì la sua lingua, il volume della musica aumentò. Cora sentiva i colpi impetuosi di una batteria, un basso e le note acute, stridule di un organo. Durò un istante, ma fu più che sufficiente. Qualcosa in lei si spezzò, o si schiuse violentemente, come una cassaforte forzata. Era una sensazione irreale. Come se non fosse più nel suo letto. Sentiva la schiena su un fondo duro e qualcosa in bocca, come se un pollice le premesse in fondo alla lingua provocandole un tremendo conato di vomito.
La ribellione fu solo un riflesso incondizionato. Gli cinse la nuca con le ginocchia premendogli le cosce intorno alla gola. Ancora un po’ e gli avrebbe spezzato il collo, o lo avrebbe strangolato. Non se ne accorse nemmeno, tanto era lontana in quel momento. Tornò in sé solo quando lui, ansimando e
rantolando, le strinse il fianco affondando le unghie nella carne.
Respirava a fatica. «Ma sei impazzita? Che diavolo ti prende?» Si massaggiava la nuca, tossiva, e mentre si tastava la gola fissava Cora scuotendo la testa.
Gereon non capiva perché avesse reagito in quel modo e neanche lei sapeva spiegarsi cosa d’un tratto  le fosse sembrato tanto ripugnante e disgustoso. Così terribile da aver creduto di essere sfiorata dalla lingua della morte.
«Non mi piace» disse chiedendosi cosa avesse sentito. La musica era ancora accesa, volume basso, ritmo lento. Un coro di bambini cantava: «Astro del ciel, pargol divin, mite agnello redentor...». Che altro si poteva ascoltare la vigilia di Natale?
A Gereon nel frattempo era passata la voglia. Spense la radio e la luce, e si tirò su la coperta fino al collo. Non le augurò nemmeno la buonanotte, borbottò soltanto: «Allora lasciamo perdere!».
Lui si assopì subito. Più tardi non sarebbe stata in grado di dire se anche lei si fosse addormentata. A un certo punto si ritrovò seduta sul letto che sferrava pugni in aria urlando: «Basta! Finitela! Lasciatemi stare! Smettetela, porci!». E intanto le martellavano in testa i colpi sfrenati della batteria, il basso e le note stridule dell’organo.
Gereon si svegliò, e afferrandole le mani la scosse gridando: «Cora! Calmati! Che cazzo succede?». Lei non riusciva a smettere né a svegliarsi. Se ne stava seduta al buio a lottare disperata contro qualcosa che incombeva inesorabile su di lei, qualcosa di cui sapeva soltanto che la mandava fuori di testa.
Solo dopo aver ricevuto degli schiaffetti sulle guance tornò finalmente in sé. Gereon voleva sapere cosa le stesse succedendo. Se fosse stato lui a farle qualcosa. Sul momento Cora non aveva ancora le idee abbastanza chiare per potergli rispondere e si limitò a fissarlo. Qualche istante dopo lui tornò a
sdraiarsi. Lei fece lo stesso, e girandosi su un fianco provò a convincersi che si fosse trattato di un incubo come tanti.
Ma la notte seguente, quando Gereon volle riprendere da dove si erano interrotti, le capitò di nuovo. Eppure quella volta non c’era la radio in camera e lui non aveva neanche provato a fare ciò che considerava come la massima espressione del suo amore per lei. Prima arrivò la musica, il volume un po’ più alto e una canzone un po’ più lunga, abbastanza da capire di non averla mai sentita. Poi ricadde nel buco nero da cui sobbalzò sferrando colpi nel vuoto. Non si svegliò. Ci riuscì solo dopo che Gereon la scosse con degli schiaffi sulle guance e chiamandola per nome.
Nella prima settimana di gennaio successe due volte, nella seconda una: un venerdì in cui Gereon era molto stanco. O almeno, questo fu ciò che disse. Il sabato invece commentò: «Sono stufo di questo casino». Forse la stanchezza del venerdì era dettata dallo stesso motivo.
A marzo decise di farla visitare da un medico. «Non è normale, ammettilo. Dobbiamo pur fare qualcosa, o preferisci continuare così per sempre? In tal caso, però, vado a dormire sul divano.»
Cora non consultò nessun dottore. Di sicuro le avrebbe chiesto se sapeva spiegarsi quello strano incubo ricorrente o perché, secondo lei, si ripetesse solo quando faceva sesso con suo marito. Un medico probabilmente avrebbe cominciato a scandagliare quella famosa lacuna, l’avrebbe persuasa a sviluppare la propria consapevolezza. Non avrebbe capito che c’erano cose troppo raccapriccianti per volerne prendere coscienza. Provò con una farmacia, dove le consigliarono un blando sonnifero. Se non altro riuscì a non urlare e sferrare pugni nel vuoto, e Gereon pensò che fosse tornato tutto a posto. Ma non era così.


Buona lettura!

venerdì 18 ottobre 2019

Recensione: Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen

Buongiorno lettori e buon venerdì! Oggi mi permetto di dare il mio parere su il classico dei classici. La mia copia è assai vecchiotta come noterete dalla foto su instagram, qui vi metto invece la cover e dati dell'edizione ristampata dalla De Agostini QUI trovate le altre ristampe dei classici.

Orgoglio e Pregiudizio
Jane Austen
De Agostini
442
4,99
9,90
5 luglio 2016


Elizabeth Bennet è tutto quello che una ragazza in età da marito dovrebbe essere: bella, istruita, brillante. Ecco perché la madre spera di poter combinare per lei un ottimo matrimonio. Elizabeth però non ha alcuna intenzione di sposarsi. Almeno finché non avrà trovato il vero amore. E il vero amore bussa alla sua porta con il volto di Mr Darcy, lo scapolo più ambito di Inghilterra. Darcy è ricco, colto, straordinariamente affascinante. Ma è anche l'uomo più irritante e orgoglioso che Elizabeth abbia mai conosciuto. L'unico che riesca a farla accendere di rabbia e di passione con la stessa intensità. Tra litigi e incomprensioni, riuscirà Elizabeth a riconoscere il sentimento che agita davvero il suo cuore? La storia d'amore più romantica di tutti i tempi. L'indimenticabile ritratto di due anime opposte eppure uguali, destinate a incontrarsi

Orgoglio e pregiudizio
L’Abbazia di Northanger
Ragione e sentimento
Mansfield Park
Emma
Persuasione
Lady Susan - I Watson - Sanditon

I classici spesso traggono in inganno. Ti senti in dovere di leggerli anche se non ne sei pienamente convinta. Mentre ho letto un sacco di classici padri fondatori dei generi horror, giallo, distopico e quel filone lì, Poe, Orwell, Kafka ecc.. non ho apprezzato Lovecraft QUI trovate il mio parere. Per quanto riguarda i fondatori dei romance sono veramente pessima. Ho così recuperato la lettura di Orgoglio e Pregiudizio dopo aver visto molte volte il film. Avevo quindi un approccio semi positivo visto che il film era stato molto interessante ma il mio "pregiudizio" era volto alla paura che le descrizioni contenute nel romanzo potessero farmi stufare. Mi sono dovuta ricredere. Il romanzo è effettivamente lento, ma non perché sbrodola in descrizioni infinite di paesaggi o personaggi, semplicemente segue il tempo stesso in cui è ambientato. Se Elizabeth va a recuperare la sorella, noi andiamo con lei, senza saltare direttamente alla destinazione. Nel tragitto scopriamo i pensieri del personaggio in questione e una parte aggiuntiva del suo carattere. Tutto questo serve affinché si possano non solo capire le ragioni dei malintesi creatisi ma ci permette di entrare in contatto direttamente con la famiglia Bennet fino a farne praticamente parte. Elizabeth è sicuramente un bel personaggio. Un'eroina del passato che ha ispirato innumerevoli protagoniste moderne. Jane col suo lato buonista ci ricorda che essere gentili porta sempre risultati positivi mentre la madre è terribile come sembra ma anche parecchio divertente. E' come se l'intera famiglia Bennet a partire dal padre, andasse contro gli stereotipi del tempo e col suo modo variopinto di comportarsi andasse contro ogni pregiudizio come appunto ci insegna questo romanzo. Darcy, è il classico uomo che tutti vorremmo avere, nonostante la sua finta puzza sotto il naso. E' l'uomo per bene, acculturato ma allo stesso tempo umile. Impossibile non amarlo. Sono molto felice di averlo letto e aver in parte abbattuto i miei pregiudizi.

Buona lettura!

mercoledì 16 ottobre 2019

Recensione: Niente è come te di Sara Rattaro

Buona sera lettori! Eccomi come da programma con la recensione di Niente è come te di Sara Rattaro, primo romanzo che leggo di quest'autrice che mi ha colpito come un pugno allo stomaco con questa storia purtroppo molto realistica che affronta diversi problemi sociali, primo fra tutti la sottrazione di minore.

Niente è come te
Sara Rattaro

Garzanti
219
7,99
14,90
4 settembre 2014
#incipit

Nessuno fa solo cose giuste o sbagliate. Siamo luce e ombra insieme. Due scatole colme di libri, pupazzi e tante fotografie. Tutto il mondo di Margherita è racchiuso in quelle poche cose. In spalla il suo adorato violino e tra le mani un biglietto aereo per una terra lontana: l’Italia. La terra dove è nata e che non rivede da quando è piccola. Ma ora è lì che deve tornare. Perché a quasi quindici anni Margherita ha scoperto che a volte è la vita a decidere per noi. Perché c’è qualcuno che non aspetta altro che poterle stare accanto: Francesco, suo padre. Il suono assordante dell’assenza di Margherita ha riempito i suoi giorni per dieci anni. Da quando sua moglie è scappata in Danimarca con la loro figlia senza permettergli di vederla mai più. Francesco credeva fosse solo un viaggio. Non avrebbe mai pensato di vivere l’incubo peggiore della sua vita. Eppure, ora che Margherita è di nuovo con lui, è difficile ricucire quello che tanto tempo prima si è spezzato. Francesco ha davanti a sé un’adolescente che si sente sbagliata. Perché a scuola è isolata dai suoi compagni e a casa passa le giornate chiusa nella sua stanza. Ma Francesco giorno dopo giorno cerca la strada per il suo cuore. Una strada fatta di piccoli ricordi comuni che riaffiorano. Perché le cose più preziose, come l’abbraccio di un padre, si possiedono senza doverle cercare. E quando Margherita ha bisogno di lui come non mai, Francesco le sussurra all’orecchio poche semplici parole per farle capire quanto sia speciale: «Niente, ma proprio niente, è come te, Margherita».

Niente è come te


La storia narra le vicende di questa famiglia che affronta un argomento che non conoscevo o meglio di cui avevo sentito parlare ma senza addentrarmici: la sottrazione del minore da parte di uno dei due coniugi. Spesso infatti si sente di uno dei due coniugi che sottrae i figli e sparisce con essi, negando quindi maternità o paternità. In questo caso abbiamo Angelika che porta via la figlia Margherita in Danimarca e si ricostruisce una vita estromettendo il padre Francesco rimasto in Italia, impotente di fronte a questa azione di portata titanica. Per anni ha tentato di riavere indietro la figlia, il tempo da passare con lei, conoscersi e amarsi, ma nulla è valso per le autorità locali ed estere. Ma siccome siamo in un romanzo ecco che Angelika è vittima di un tragico incidente e la ragazza Margherita orfana di madre si ritrova a trasferirsi in Italia da un padre di cui non sa praticamente nulla. Sconosciuti. Un romanzo difficile per le tematiche trattate, per l'immedesimazione che ho avuto per entrambi i protagonisti. Da un lato un padre in crisi perché fatica a riprendersi sua figlia anche ora che vive sotto il suo stesso tetto, dall'altro una ragazza quindicenne, che non conosce affatto la storia dei suoi genitori, che non capisce chi ha torto e chi ragione, ha perso la madre, è stata portata via dalla sua vita per trapiantarsi in un posto sconosciuto, problematica incapace di reagire e per questo fragile ed estremamente sola. Poi c'è Enrica la compagna di Francesco, un raggio di sole in questo tornado, la calma dopo la tempesta. Una storia tragica e ricca di riflessioni che spaventano ma necessarie per far conoscere degli accadimenti che purtroppo capitano più spesso di quello che si pensa. Persino qui in Italia. Sara Rattaro col suo modo diretto e semplice mi ha saputo interessare, mi ha turbato e commosso e mi ha ricordato di non dare mai niente per scontato. Sopratutto i genitori.

Buona lettura!

lunedì 14 ottobre 2019

Incipit: Niente è come te

Buon pomeriggio lettori! Oggi vi voglio lasciare l'incipit di un libro di Sara Rattaro, il primo suo che ho letto. Una storia meravigliosa e potente che mi ha dato molto da riflettere, aprendomi gli occhi su alcune situazione che spesso passano in sordina. In settimana pubblicherò la recensione. Fatemi sapere se questo incipit ha smosso qualcosa anche a voi...

Ci sono quelli che sanno sempre come fare, quelli che l'amore te lo descrivono nei minimi dettagli e per questo hanno smesso di cercarlo, gli sputasentenze e i campioni di moralità, i ladri di emozioni e chi sa come si violenta un sentimento. Poi ci sono le persone che sanno darti tutto, o almeno così fanno ti credere, finché un giorno quel tutto se lo portano via e tu ti accorgi che ti hanno sottratto molto di più, anche quello che ti apparteneva: il tuo inviolabile diritto di essere padre. Poi però ci siamo noi che di tempo insieme ne abbiamo trascorso poco, che i ricordi li possiamo solo immaginare, e l'idea di rivederci ci spaventa a morte. Ma siamo tu e io, Margherita e Francesco, a respirare gli stessi dubbi. Mi chiedo se mi assomigli un po', e in cosa. Se anche tu ti mordi le labbra quando pensi, se hai il vizio di giocare con il telecomando quando guardi la TV e detesti il minestrone a pezzi grossi. Non so se quei pochi pregi che ho te li ho regalati o se passerai la vita a combattere la mia pigrizia, se anche tu come me a volte non desidereresti null'altro che un nostro abbraccio o se neanche ti ricordi la mia faccia, se ti chiedi il perché di tanto affanno da parte mia per vederti anche solo un minuto o se rappresento solo una scocciatura tra la scuola e i giochi. Non lo so, e brancolare nel buio non è mai una bella sensazione. Ma di una cosa sono convinto: sarà grazie a ognuno di questi singoli minuti che un giorno capirai che niente, ma proprio niente, è come te, Margherita.

MARGHERITA
Quando l'aereo ha toccato terra è stato come ricevere una frustata su una ferita aperta. L'uomo seduto accanto a me sembrava tranquillo. Mi ha fatto qualche domanda appena siamo saliti, ma poi ha desistito e si è voltato a fissare il vuoto. Credo di essermi addormentata. La notte precedente non avevo chiuso occhio. Continuavo a pensare al maglione che mamma mi aveva prestato. Il suo preferito. Era morbidissimo e teneva caldo. Un giorno le avevo chiesto di metterlo per una festa a scuola, ma quando, qualche tempo dopo, me lo aveva richiesto indietro, io non ero riuscita a ricordare dove lo avessi lasciato. Si era infuriata e aveva iniziato ad alzare la voce, a diventare tutta rossa.

«Non dirmi che l'hai dimenticato a scuola!» E poi un sacco di altre frasi che però non riuscivo più a ricordare.

Come ieri notte mi sono alzata dal letto e ho aperto l'armadio. Il maglione era lì. Ingrid l'aveva piegato con cura e messo via. L'ho afferrato e sono andata in sala dove la mia baby-sitter dormiva quando c'era qualche emergenza per cui mamma non poteva stare a casa con me.
«Ingrid, svegliati!»
«Cosa succede?»
«Voglio che mamma metta questo per il funerale, così saprà che non l'ho perso.»
«O tesoro! Lei preferirebbe che lo tenessi tu, non credi?»
Io ho annuito. Mi ha fatto posto vicino a lei, e stringendo il profumo di mamma ho preso sonno.
«Margherita, dobbiamo scendere.»
Scendere? Improvvisamente non sapevo più dove fossi e nemmeno chi era quell'uomo che mi stava chiamando. Lui ha allungato una mano sul mio braccio. Non mi deve toccare. Non voglio che mi tocchi. E mi sono sentita rabbrividire. «Non voglio scendere!» Mi afferravo al sedile e alla cintura ancora allacciata. «Margherita, siamo arrivati a casa, dobbiamo andare»
«Questa non è casa mia. Io voglio tornare a Viborg!»
L'uomo che mi parlava sembrava aver perso la calma. Si era alzato di scatto, aveva buttato la borsa sul sedile e mi guardava dall'alto mentre gli altri passeggeri gli passavano alle spalle. Siamo rimasti a fissarci negli occhi per un breve istante. Era nervoso, e tutto rosso in volto.
Apriva la bocca per poi richiuderla senza dire nulla, si passava la mano sugli occhi, tra i capelli.
Poco dopo ha spostato la borsa per terra e si è seduto accanto a me. Forse più calmo.
«Margherita, ascoltami, è importante. Siamo arrivati in Italia, a casa. Questo è il posto in cui vivremo insieme.»
Mi sono voltata di scatto e ho iniziato a strillare: «No, no, no... io non voglio venire con te!». E mentre il suo volto si faceva sempre più pallido, ho visto avvicinarsi una hostess.
«Va tutto bene, signore? Dovete lasciare l'aereo. Stanno per salire gli addetti alle pulizie.»
«Certo che va tutto bene!» ha gridato lui senza nemmeno guardarla.
«Non voglio scendere. Io devo tornare da Ingrid!» ho urlato.
«Signore, questa ragazza è sua figlia?» «Certo che è mia figlia!» ha urlato. «Perché me lo chiede?» La donna ha fatto qualche passo in avanti fissandomi spaventata. «Come si chiama?»
«Margherita. Si chiama Margherita ed è mia figlia!»
I suoi occhi passavano da me a lui come se guardasse una partita di tennis. Sembrava in cerca di qualcosa. Forse una somiglianza.
«Margherita?» mi ha chiamata. «Questo signore è tuo padre?»
Ho alzato gli occhi verso di lei e sono scoppiata in lacrime.
«Io voglio la mamma.»
L'uomo si è portato le mani alla testa e si è accasciato sul sedile come se gli avessero sparato.


Buona lettura!